antologia critica

 

Tonino Sicoli


UN ARTISTA DEL SILENZIO


Tarcisio Pingitore è un artista del silenzio, del non detto, del non visto. Egli fa scivolare
la sua immaginazione nei nascondigli della visione, fra le pieghe di un lenzuolo, in una trasparenza di veli.
Nasce così una pittura-non-pittura, monocroma e assente, legata ad un sudario di corpi immateriali, sopiti, spalmati, annullati, sciolti in screziature di inchiostro, balbettante e triste come il baluginio della sera, bianca nella sua candidatura alla morte, troppo bianca e fantasmatica, lasciva nelle sue allusioni, sofferta nella sua paura d’esistere, penetrata di umori, percorsa da gemiti, ammantata di grazie.
Quando Pingitore copre le sue tele di tessuti, inverte in qualche modo il supporto e la superficie, il sotto e il sopra, il davanti e il didietro. La tela che normalmente trattiene la pittura è usata spiegazzata in tutta la sua forza espressiva, è intrisa di segni legati al suo uso.

                                       


Il panneggio è reale, materializzato, plastico nelle sue increspature. Non si compiace
l’artista di rendere sbuffi e pieghe, ma li presenta in tutta la loro casuale impertinenza,
nel loro ostentato disordine, lacerati e macchiati, talvolta ricuciti e rattoppati. Veri, però, e attendibili nella loro autentica imprevedibilità. Un letto disfatto o un drappo appeso offrono uno scampolo d’esistenza, un’improvvisa sequenza di vita.
Lo scarto poverista è assunto in un opera di reinvenzione linguistica, che capovolge il senso delle cose, enucleandole, contaminandole di intenzioni diverse, variegandole di citazioni iconografiche di varia provenienza. Capita allora di veder richiamata una veste sbuffante di Botticelli, un panneggio barocco, un sacco cucito di Burri, un achrome di Manzoni, una superficie macchiata di Kounellis, un lenzuolo imbrattato postperformance di Nitsch.
Lo sa bene, questo malinconico iconografo dell’intimo, che l’anima sta, a dispetto delle convinzioni correnti, nella superficie delle cose, là dove la materia si conforma, si spiega - nel senso di stendersi ma anche di chiarirsi - e sussiste con le tante illusioni che alludono all’inganno del linguaggio, che suggerisce e ammanta, gioca e trasale, accompagna e dileggia.

                                          


L’opera d’arte non è una rappresentazione della realtà ma la traccia dell’assenza, un indizio di omissione; essa è generata da un atto performativo, che libera assieme agli avanzi di tessuti e di carte, tante scorie semantiche, residui della comunicazione,
brandelli d’espressione. Pingitore è un artista dell’inquietudine, fissata in un drappeggio che accenna fremiti di vita.
La pittura è materia sdrucita, non necessariamente variopinta, anche se colorata.
La tenuta del monocromatismo è una scelta di essenzialità, di reductio ad minimum,
di spazialità controllata. I bianchi sovrastano, i grigi velano, i neri lacerano una visione spossata, introspettiva, solipsistica. Ogni ondeggiare di stoffe è un biascicare dell’anima che si stende come una sindone su incorporee entità che emergono dall’inconscio.
Il percorso artistico di Tarcisio Pingitore comincia alla fine degli anni Settanta.
Nella sua formazione ha pesato molto la stagione dell’arte povera e concettuale.
L’influenza di Gianni Pisani, suo maestro all’Accademia, si può ricondurre, più che altro, ai lavori degli anni Sessanta dell’artista partenopeo, ovvero a quel famoso “Letto” del 1963 o al “Cuscino” del 1973. Poi Pingitore ha preferito un cammino più asciutto, meno figurale, a parte una breve e subito abbandonata fase di ritorno alla pittura, a metà degli anni Ottanta.
Già nel 1979 con il suo “Ciao Tarcisio”, oggi conservato al Museo d’arte dell’Otto e Novecento di Rende, Pingitore eseguiva un suo personalissimo autoritratto, evocandosi nel calco di un telefono, ponendosi in absentia, restando al di qua del campo visivo, nel suo accorato “dire muto”.

                                              


Come pure nel solitario “Asse stiro” del 1979/80, nel romantico “Primo incontro”, performance tenuta nel 1980 all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro, o nel nichilista “Lo spazio ontologico del nulla”, sempre del 1980.
L’Accademia di Belle Arti di Catanzaro è in quegli anni un fermento di idee e di proposizioni. Una vera e propria scuola di giovani talenti si va formando attorno agli artisti napoletani giunti in Calabria negli anni Settanta per fondare l’Istituto.
Carmine Di Ruggero, nel ritornare a Napoli, lascia in cattedra a Catanzaro Luigi Magli, Rocco Pangaro, Francesco Correggia.
Si creano cerchie d’artisti fra Catanzaro e Cosenza in una Calabria che scopre una
propositività senza precedenti. Si organizzano mostre in regione e fuori. Si formano gruppi spontanei, si allestiscono rassegne, si accende un dibattito sul fare arte in una terra di frontiera.
Pingitore espone nel 1980 a Milano al Centro Vidicon in una mostra con Alfredo Pirri, Cesare Fullone e Francesca Alfano Miglietti, che ancora non ha abbracciato in esclusiva la critica d’arte. Nello stesso anno è presente a “Dis (Ambient) / Action - 3 -“ all’Accademia di Belle Arti di Catanzaro in una mostra in cui si confrontano, fra teoria e prassi, artisti e critici come Barisani, Crispolti, Menna, Di Ruggiero, Ferro, Magli, Pangaro, Correggia, Alfano Miglietti, Pedicini, Ruyu, Persico, Spinosa.
Intanto nel 1983 nascono i post-meridionali, con una mostra clou a Roma, al Centro
“Di Sarro”, a cui fanno corte rassegne in Calabria a Luzzi, Aprigliano, Martirano.
Si tratta di un gruppo aperto, promosso da me col sostegno di Filiberto Menna ed Enrico Crispolti, fatto di artisti riuniti non attorno ad una poetica, bensì ad una condizione: quella che rivendica l’orgoglio di un’appartenenza, senza complessi di inferiorità e con spirito di riscatto. La periferia alza la testa.

                                             


Ad alcune di queste esposizioni è presente anche Pingitore che porta vanti la sua ricerca con riserbo e senza presenzialismi, conducendo il suo lavoro in autonomia e fuori da clamori esibizionistici. Lavora, invece, con regolarità e dedizione, sperimentando materiali e soluzioni che mantengano una certa coerenza con gli assunti di partenza. Nel corso di trent’anni vengono approfonditi gli studi sui materiali, sugli effetti minuti delle superfici, sui tessuti stinti, sugli strati contaminati, sulle patine dello sporco. Porta a segno, intanto, alcune personali a Roma (Centro “Di Sarro”, 2002), a Salerno (Galleria “Dadodue”, 1990), a Trieste (Galleria “Juliets”, 1991) e alcune presenze importanti a Milano (Museo Nazionale
della Scienza e della Tecnica, 1990), a New York (Arte Fiera, 1994) e Bayswater in Australia (“Documentary”, Centre of Contemporary Art, 2000).
L’accumulo degli stracci, le pezze cucite, i cartoni assemblati, i teli macchiati sono i reperti di una quotidianità minore che intercetta le citazioni della storia dell’arte recente. C’è la lezione cenciaiola della “Venere degli stracci” di Pistoletto (1967) e quella dell’effetto-lenzuolo in “Lo spirato” di Fabro (1968-1973).

                                         


L’impiego di stoffe è nell’Arte Povera una prassi ricorrente. Anche se con intenti ed esiti diversi: dalla mistica artigianalità degli arazzi di Boetti, che impiega tessitrici afgane, ai prepotenti sacchi di juta e teli di Kounellis, ai delicati inserimenti di drappi e indumenti nelle installazioni di Paolini. Per non dire del caldo feltro usato da Beuys.                      Ma la matrice va cercata nell’informale, a partire dai già citati Burri e Manzoni, fino alle inquietanti garze dell’azionista viennese Günther Brus, per trovare liberi apparentamenti con gli impacchettamenti del newdadaista Christo.
In questo percorso fra le coperture e i filati, fra il recupero del ready made e l’effetto studiato, fra il caso e l’intenzionalità, Tarcisio Pingitore proietta le ansie di una sperimentazione che aspira a diventare “normale”, legando gli ideali estetici alla personale autobiografia, l’arte alla vita.
Il simbolismo del telo allude alla protezione se non altro dallo sguardo: svelarsi - alla lettera - vuol dire proprio togliersi il velo.
La stoffa è sovrastrutturale, artificiale, ripiglia le forme sottostanti nella loro essenzialità, le restituisce interpretate da una coltre.
In un gioco al ricalco la realtà si trasfigura e diventa informe, si confonde con l’interiorità,
sopita nella sua esuberanza, ammantata nel suo mistero, avvolta nelle sue segretezze, giacente nella sua enigmatica incompiutezza.

 

(Presentazione in catalogo della mostra personale al Museo del Presente - Rende - 2008)

 

 


Claudio Crescentini


LE “FORME-NON-FORME” DI TARCISIO PINGITORE


Un termine in genere designa il significato e questo una tendenza artistica, ma nel caso di Pingitore il significato sembra non determinare più la tendenza ma superarla e/o vanificarla.
Il gioco critico che ne scaturisce sarebbe quindi semplicizzato, soprattutto collegando
il gesto e la forza espressiva ed esistenziale della sua pittura con una traccia storicistica e perciò con il concettuale oppure con l'arte povera. Ma anche così non ci basterebbe perché Pingitore rafforza il suo gioco creativo simulando una cosa, ma adottandone un'altra, passando dalla pittura - segnica, corposa, manipolata - all'installazione concettuale con finalità socio- antropologiche. “Ritratto dell'io” (1978) e “Pieghe del silenzio” (1979).

                                         


Ma la lettura critica, in questo caso, decide di esporsi diversamente.
Prima di tutto va rilevato che l'artista sembra voler costantemente “spingere fuori”, nelle sue opere, una costruttività dinamica del significante molto originale.
Penso ad esempio alle recenti “Ascolto” e “Malinconia” (ambedue del 2006) oppure, ancora prima, “Ricordo”, un suggestivo disegno del '79, da mettere in connessione dialettica con “Superficie” e “Aspettare” (ambedue del 1977).
Verso l'esterno appunto, quasi in una ricerca - ossessiva? - della tridimensionalità che si concretizza in opere, lo ripetiamo comunque molto suggestive, come nel caso dell'installazione “Viva l'Italia” (1980), la quale - le quali, visto che parliamo di installazioni in senso lato - non andrebbe comunque disgiunta dal processo creativo primigenio, formalizzato da disegni e parti di opere primarie, già contenenti, in qualche modo, una propria autonomia estetica. Si veda la serie di disegni per l'installazione denominata “Lontananza” (1979).
La tecnica viene così quasi a sovrapporsi al soggetto, al sentire intimo e personale del soggetto, delle sue emozioni e stati d'animo che divengono il cardine di un linguaggio di forme corpose, in funzione di installazioni semplificate ed estremamente essenziali, come in “Ciao Tarcisio” (1979).

                                       


Dall'altro punto di vista, quello della pittura, per così dire, manipolata, Pingitore rifiuta, proprio dal punto di vista tecnico, le convenzioni prospettiche e le morbidezze del chiaroscuro, per la creazione di quelle che potremmo considerare delle “forme-non-forme”, brutalizzate da un segno e da un gesto cromatico aggressivo.
“Partire” e “Sogno” (1978), “Parole” (1983) e “Restare” (1997).
Tutto questo grazie soprattutto al sovrapporsi di elementi naturali, riutilizzati dallo loro banalità quotidiana (cotoni, tovaglioli, telefoni, ecc.) che riducono il soggettivo aniconico a contorni semplificati e superfici deformate; dalle serie “Pieghe” degli anni Ottanta fino a “Stupore” (2005) ed ancora alle “Pieghe” più recenti.
L'accentuata deformazione delle forme, la predilezione per il tratto spigoloso e spezzato contribuiscono alla creazione di un “diverso” universo da parte di Pingitore, lacerato da tensioni e inquietudini, in qualche modo ancora di chiara derivazione post-esistenziale.     Si veda come esempio la minimalità eppur di potente forza evocativa dell'installazione “Accumulazione del nulla” (1998) e da qui tutta la serie delle “Accumulazioni” della fine degli anni Novanta, tramite le quali l'artista sembra riproporre, quasi con un arbitrario meccanismo cognitivo, la coeva definizione di “non-luogo” teorizzata da Marc Augé.

                                          


Soprattutto nelle opere degli anni Settanta, questa sua composizione drammatica, venata in taluni casi di misticismo e spiritualismo, a tratti sciamanico, finisce per differenziare in modo significativo l'esperienza di Pingitore nei confronti di altre tendenze artistiche e mediali a lui contemporanee, tutte volte verso il significante più che il significato.E la forza delle installazioni di Pingitore risiede, senza ombra di dubbio, proprio nella manipolazione dei moduli formali, nel “tirare via” accentuando il dinamismo stesso della composizione. In questo senso l'artista contribuisce direttamente, con il suo gesto antropologico, all'esasperazione dell'ingrandimento di quelle che abbiamo definito “forme-non-forme”, tanto da finire per creare - volente o nolente - un effetto quasi di de-evoluzione in atto.
“Asse stiro” (1979-80).

                                            


Proprio grazie all'influsso di culture post-avanguardiste, l'opera dell'artista finisce per risultare come punto di incontro/scontro nei riguardi del panorama post-concettuale della seconda metà degli anni Novanta, dal quale Pingitore, almeno dal punto di vista tecnico-sperimentale, sembra allontanarsi e astenersi dall'inserimento di modalità costruttive inconsce, rivendicando invece il proprio diritto ad una piena ed autonoma ricerca formale e stilistica - “Residuo” (2001) - e psicologica.
Vedi in questo senso anche il parallelo fra le sue recentissime opere e le teorie filosofiche del post-11 settembre legate ai temi della “negazione” e del “nulla” teoretico. Il riferimento va, ad esempio, alla recente installazione “Residuo del nulla” (2004) dove ritroviamo tutte le tematiche, l'estetica e l'operatività di Pingitore, ma con un senso in più che forse prima sembrava mancare: l'acuta critica del Je accuse.
In conclusione possiamo realmente affermare che con l'opera di Pingitore si viene a definire una costruzione estetica personale, soprattutto nel momento in cui l'artista si preoccupa unicamente dell'autonomia del pensare artistico, senza alcuna accumulazione di finzione narrativa o mentale, finendo per rivendicare anche la forza della malattia del vivere - “Ansia” (2001 e 2006) - del dolore dell'esistere.

                                             

 

(Presentazione in catalogo della mostra personale al Museo del Presente - Rende - 2008)

 

 


Nicola Micieli


 

Dalla presentazione in catalogo della rassegna “ Calabria 2009 : ricognizione pittura”

Galleria Provinciale "S.Chiara" - 2009 - Cosenza

 

Malinconia - 2005

 

(…….) Del panorama calabrese compare qui, per motivata scelta di campo che non

esclude, quindi, altri percorsi, un novero di artisti riconducibili tutti a una nozione ancora

identificabile della pittura, per quanto in diverse accezioni linguistiche e stilistiche, in

ambito sia iconico che aniconico.

Anche dove la pratica della contaminazione di codici, tecniche e materiali non sempre

consente di distinguere la forma pittorica che si sviluppa sul piano-superficie, entro un

recinto spaziale delimitato, da quella di accentuato carattere materico e che per

l'assunzione e l'integrazione di più materiali, trova nella terza dimensione una sua modalità

assai frequentata di espressione. Come appare, in tutta evidenza e con diverse modalità di

declinazione, in Alfredo Granata, Franco Paletta e Tarcisio Pingitore. (……)

 

Lontano - 2007

 

(....) Per Pingitore conta esplicitare le possibilità di modulazione plastica e vorrei dire

       orografica della materia implicitamente sedimentata e stratificata, che egli determina

       disponendo e fissando sul supporto o entro teche tessuti sapientemente piegati,

       con esiti d'una levità che li trasfigura in simulacri di presenze ineffabili, quasi sindoni,

       direi, della forma del tempo. (……)

 

Fine - 2001
 

 

 

 


Gianni Pisani

 

Le incidenze del privato


La ricerca pittorica di Pingitore penso faccia parte di un filone assai importante nell’ambito delle odierne sperimentazioni artistiche contemporanee.
I suoi quadri, i suoi oggetti, le superfici-lenzuola vogliono chiarire prima a se stesso e poi agli altri le proprie “situazioni” interiori, i conflitti, le ansie, i desideri e gli amori.
E tutto questo succede con un bisogno di fermare nel tempo i più intimi aspetti del quotidiano che Pingitore percepisce e vive. L’opera “Il telefono, ciao Tarcisio” e quelle realizzate con le lenzuola e le stoffe, finiscono con l’assumere poi altri significati di una dimensione storico-culturale del quotidiano “privato” già vissuto.
L’oggetto del telefono, realizzato a calco in materiale plastico, rappresenta il tentativo di oggettivare una storia –appunto- già vissuta , interiorizzata nell’estensione emotiva di un “pensiero”, che chiuso in una teca viene custodito come una reliquia.
Mentre le opere col lenzuolo mostrano immagini e sensazioni di cose avvenute,consumate e invecchiate nel tempo, i delicati panneggi sembrano fantasmi, che con pieghe sensuali coprono corpi di donna e oggetti immobili di arredi di casa: abbandonati nel silenzio polveroso del loro destino, dove solo le morbide stoffe bianche si stagliano nel vuoto e prendono forma.
Mi pare, comunque, che il primo punto più fondamentale della esperienza di Pingitore sia da ricercare nell’opera: “Il telefono: ciao Tarcisio”, del 1979.
Anche se la coerenza dei temi la si trova nelle opere con più elaborazione pittorica, le quali parlano tutte della sua vita. Credo, però, che il legame con le sue “situazioni” vissute, sia in stretto rapporto all’ambiente e alla cultura del Sud. In sostanza voglio dire che certe cose non nascono per caso, ma sono, invece, espressioni culturali della propria terra d’origine.
Per esempio un artista torinese non farebbe mai opere come le sue, proprio per il motivo di non ricevere gli stessi stimoli dalla sua terra d’origine.
Farà… altre cose, dietro impulsi di diverse motivazioni: mentre, viceversa, noi possiamo sentire dal Sud le stesse sollecitazioni poetiche. E, pensando, a ciò rivedo nelle mie opere i ricordi, gli affetti e i racconti privati che sono scaturiti dal legame che ho con la mia terra, la mia cultura (e la mia famiglia) (……) Sono sempre gli stati d’animo, i propri ricordi, le “situazioni” interiori e le “incidenze” del privato a determinare l’opera; questo fatto succede anche nel cinema: penso a Fellini e a Bergman, dove la sfera del privato, come per
Pingitore, diventa un caso essenziale…



Gianni Pisani (Napoli, 1983), testo critico in catalogo Dettaglio Privato. Autenticità e nuova soggettività nella pittura di T. Pingitore (a cura di F. Miglietta), Effesette Editore, Cosenza 1988.

 


Anna D'Elia

“…Pittore della fine del mondo, l’artista riproduce ritratti interiori di un’umanità al suo stadio terminale. I dettagli di corpi slabbrati vengono distesi sulla tela per vivisezioni pittoriche, in cui si condensa l’energia rappresa del gesto quale ultima risorsa”.



Anna D’Elia, in Differenze dello sguardo, in catalogo Nel segno del dono,
Edizioni Casta Diva, Cosenza, 1997.

 

 


Paolo Aita

“…In Calabria la lezione dell’arte povera e dei monocromi non è mai disgiunta da una riflessione sul segno e sull’eredità dell’informale. Di questo ambito fa parte Tarcisio Pingitore che, direi, è l’artista che ha più memoria delle ricerche compiute sulla tela.

Il tendenziale monocromo si popola di un formicolare di segni che marezzano la superficie del quadro, con un effetto di movimento sottocutaneo che riscatta l’apparente staticità”.


Paolo Aita, in catalogo L’estremo lembo. Profilo dell’arte contemporanea in Calabria, Tipografia De Rose, Montalto Uffugo, 2002.

 


Tonino Sicoli

“Artista di temperamento riflessivo, riversa nelle sue opere la forte tensione
mentale che sempre lo sostiene. Non sfuggono alle sue riflessioni sull’arte le
esperienze internazionali coeve ai suoi esordi. Sono gli anni della Pop art,
dell’arte Povera, del Concettuale assimilati e filtrati da una personale cifra
estetico-sociologica che è lo “scarto” su cui si fondano molte sue interessanti
opere”

Tonino Sicoli, in Tarcisio Pingitore, in Catalogo della mostra Arte in
Calabria 1960-2000 ( Museo dell’Otto e del Novecento, Rende, 2004), edizioni
AR&S, Catanzaro 2005, p. 82.

 

(cliccare per ingrandire)

 


Maurizio Vitiello

Considerazioni su cinque artisti:
Renato Barisani, Annamaria Gelmi, Franco Iuliano,
Luigi Malice, Tarcisio Pingitore

Scene e visioni: Tarcisio Pingitore

Pingitore dopo un periodo di studi e stesure informali percorre l’alveo dell’arte povera per poi coltivare un gusto pop. Nelle composizioni utilizza materiali vari, tra cui anche lenzuoli, siglando opere dagli accenti inquietanti. L’uso di stoffe mi fa ricordare un altro artista,Franco Betteghella, molto apprezzato da Pierre Restany.Betteghella incravattò, materialmente, con una “performance” la verticale di un palazzo napoletano, in una zona molto popolare, e, con un montaggio fotografico, addirittura la Torre Velasca di Milano. Ed, ancora, mi sovviene Salvatore De Curtis, che nei nastri orizzontali dei suoi tracciati aritmici, per richiamare il bradisismo flegreo, impiegava, intervallando le stesure cromatiche, che ha poi alimentato usando anche il catrame, fasce tessili.
Per la verità, tanti artisti hanno “vestito” le loro opere. Pingitore, negli ultimi anni, si è impegnato a tessere attraverso i colori ricerche spaziali convergendo su pitture di scenari, cariche di simboli e di forti espressività collegate e corroborate da intimi ragguagli visionari.
L’assunto pittorico, di matrice informale, ma di sapore e gusto espressionista, è dettato, pilotato dai vissuti emozionali che l’artista ha sedimentato e che lavorano nel suo laboratorio umorale, sortilegio tra conscio ed inconscio.
L’affollamento segnico, la prorompente e gustosa macchia, la fluttuazione di un’ambiguità sorretta da simboli, la centrifugazione, esclamata e sottile, di virtualità semantiche, la messa a punto di reliquari figurativi, la trasparenza di passaggi, che sembrano ritmare un tempo d’artista, risultano angoli ed aspetti che rendono primaria l’azione del gesto.
La liberazione espressa dai colori, poi, premia un’espressività che da recondita diventa estrema denuncia relativa alla storia interiore dell’operatore, scandita dal registro degli accadimenti quotidiani.
La ricerca pittorica di Tarcisio Pingitore fa emergere, convincentemente, testimonianze mediterranee. Frammenti, evidenze plastiche, marcate astrazioni si collegano ad un’autonomia linguistica e le elaborazioni si risolvono in solchi di coscienza e in premura, sentita e partecipata, d’autore. Nel moltiplicato spessore delle riflessioni, riportate sulle tele, s’avverte un’incidenza poetica. Non è raccontato soltanto un immaginario visionario, ma confermato un sostanzioso “esprit” radicale. La sequenza delle immagini autentica contemporaneità e, specularmene, percepisce una franca voglia memoriale.
Fratte, private, provocatorie, vivaci trasmissioni memoriali rimbalzano, forti, e distendendosi riaffermano temi cari all’artista.

 

Maurizio Vitiello, testo critico in “NORD E SUD”, Anno. XXXVII, n. 4, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli, 1990, pp. 172-173.

 

 


Andrea Romoli Barberini


“Una capacità evocativa che quasi sconfina nell’affabulazione è la cifra distintiva della personalissima declinazione di un’Informale che, nelle opere di Tarcisio Pingitore, senza edulcorare la propria drammaticità, sembra a scendere a patti con l’arte concettuale per rinvigorire il proprio portato di senso e superare l’esclusiva, per quanto autentica, visceralità del gesto”.



Andrea Romoli Barberini, Tarcisio Pingitore, in catalogo Azioni e contaminazioni. Nel solco dell’avanguardia, Maierà, Ass.ne culturale Arte Contemporanea “Zona Sud”, 2009.
 

 

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